Recupero crediti: la Cassazione dice basta alle persecuzioni telefoniche – Avv. Alberto Verrengia

Uno dei grandi incubi del nostro tempo sono le continue molestie telefoniche sia promozionali da parte di imprese ma anche persecutorie in caso di mancati versamenti.
Finalmente La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29292/2019  ha stabilito  che subissare il debitore di telefonate, integra gli estremi del reato di molestia ex art. 660 del codice penale. La privacy valore indelebile cui nessuno può violare anche nel caso di crediti o di azioni di recupero.
I giudici sono stati molto precisi nell’indicare che “appare indubbio che l’illiceità dell’azione posta in essere (…) è derivata dalla scelta, presumibilmente compiuta dalla governance aziendale, di ricorrere ad insistenti e pressanti iniziative finalizzate al recupero del credito, così anteponendo gli obiettivi di profitto al rispetto dell’altrui diritto al riposo ed a non essere disturbati, ciò che integra il biasimevole motivo richiesto dalla norma incriminatrice; il Tribunale, del resto, è esplicito nell’attestare, sul punto, che già l’elevata frequenza delle telefonate quotidiane risponde alla nozione di petulanza richiesta dalla disposizione applicata“.
Non è possibile tollerare una pressione psicologica, di invadenza familiare e di mancanza di rispetto che determina questo modus operandi messo in atto, spesso, da società di recupero crediti e dalle stesse aziende.
Dunque, la Suprema Corte ha consacrato che il reato di molestia e disturbo alle persone (il c.d. stalking telefonico) può aversi pur in presenza della legittima azione di recupero del credito, se la richiesta è volta con insistenza ad ottenere il pagamento di una fattura e si spinga fino al biasimevole motivo.

Questo è un buon motivo per difendersi da tali comportamenti illegitimi.

Da tempo, lo Studio Legale Verrengia e l’Avv. Alberto Verrengia ne hanno fatto una forte azione di sensibilizzazione e di impegno giudiziario.

Pensione di reversibilità al coniuge separato: ecco le novità. (Avv. Alberto Verrengia)

Importante evoluzione del rapporto economico tra i coniugi. La pensione di reversibilità in favore dell’ex coniuge superstite con il solo assegno di mantenimento per il figlio, non sarà più dovuta.

Se nella separazione il Tribunale riconosce solo l’assistenza al figlio in convivenza con la madre, il coniuge superstite non ha diritto alla pensione di reversibilità.

Questa decisione così innovativa giunge dalla Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 1129 del 19 aprile 2019 che conferma che l’assegno divorzile al coniuge, è presupposto fondante per una procedura di reversibilità della reversibilità pensionistica.

Lo Studio Legale Verrengia da anni si occupa di problematiche coniugali, con ampia soddisfazione degli assistiti ed una tendenziale capacità di raccordo tra le parti per raggiungere accordi favorevoli per i coniugi.

 

 

Il Contributo di Bonifica va pagato solo se c’è un beneficio. La Cassazione lo ha affermato con la sentenza n. 188\18.

Affrontiamo un argomento molto sentito ed attuale, soprattutto, in alcune zone, vedi il Territorio Aurunco, dove gli interventi di bonifica sono stati sospesi a causa dei problemi economici dell’Ente.

A dir poco innovativa è la pronuncia della Corte di Cassazione, segnatamente la  sentenza n. 188 del 10 ottobre 2018 , la quale ha avuto origine da una ordinanza della Commissione tributaria provinciale di Cosenza. Veniva sollevata la questione incidentale di legittimità costituzionale dell’assunto di una norma regionale del 2003, in cui si affermava che il pagamento del contributo consortile di bonifica, fosse  dovuto indipendentemente dal beneficio fondiario”.  L’impugnazione nascenva dall’esigenza giuridica di dimostrare la violazione di tale assunto rispetto al  secondo comma dell’articolo 119 della Costituzione della Repubblica italiana. La norma costituzionale violata era quella che impone alle regioni di concorrere alla legislazione fiscale“in armonia con la Costituzione e secondo i princìpi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”.

L’intervento della Consulta è stato estremamente chiarificatore: “Nel caso dei contributi consortili di bonifica, il beneficio per il consorziato-contribuente deve necessariamente sussistere per legittimare l’imposizione; esso però consiste non solo nella fruizione, ma anche nella fruibilità, comunque concreta e non già meramente astratta,dell’attività di bonifica che, in ragione del miglioramento che deriva all’immobile del consorziato, assicura la capacità contributiva che giustifica l’imposizione”.
La Consulta nella sentenza ha ribadito con intensità la natura tributaria dei contributi di bonifica. Relativamente alla normativa impugnata, secondo la Consulta, essa  consentiva  una iniqua equiparazione tra il ricadere dell’immobile nel perimetro consortile e l’inserimento di questo nel piano di classifica,  suddividendo  tra la quota del tributo dovuta per fini istituzionali e quella dovuta per i benefici ricevuti dal contribuente.

In poche parole, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma in cui si insisteva sul dovere di contribuire anche in assenza di beneficio dell’utente. La prospettiva cambia dopo questa sentenza,  nella parte in cui prevede che il contributo consortile di bonifica, quanto alle spese afferenti il conseguimento dei fini istituzionali dei Consorzi, sia dovuto “indipendentemente dal beneficio fondiario” invece che “in presenza del beneficio”.

La Consulta con questa sentenza ha sancito che l tributo di bonifica si deve pagare solo se c’è un beneficio effettivo per il contribuente, derivante dall’attività di bonifica.

L’utente è assoggettabile alla contribuzione consortile se ne scaturisce un effettivo beneficio al proprio immobile\fondo grazie ad una costante e reale attività di bonifica.
Non solo: eventuali spese per il conseguimento dei fini istituzionali sostenute dal Consorzio di bonifica, in sé indipendenti dal beneficio del contribuente, sono recuperabili sotto la forma del tributo di bonifica, ma solo se inscindibilmente legate al beneficio e alla quota di tributo pagate come corrispettivo.

Su questa sentenza è intervenuta Confagricoltura Taranto, per la quale si tratta della “pietra tombale” su un’annosa vicenda, attorno alla quale si era sviluppato un cospicuo contenzioso: “La Corte – spiega il presidente Luca Lazzàro – ha sancito in modo inequivocabile quanto andavamo sostenendo da anni e cioè che non si poteva chiedere alle nostre aziende ricadenti nel perimetro dei consorzi di pagare un tributo di bonifica dal quale non ricevevano alcun beneficio. Il nesso beneficio-tributo è ora scolpito in una sentenza di cui anche il legislatore regionale pugliese, che sta rimettendo mano alla riforma in questi giorni, dovrà assolutamente tener conto”.

( parti tratte da https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia politica/2018/12/03/bonifica-non-c-e-tributo-senza-beneficio-per-il-contribuente/61020?ref=correlati)

Sostanzialmente ora i contribuenti potranno ricorrere avverso le richieste di pagamento dei Consorzi di Bonifica, allorquando, manchi un reale beneficio di bonifica, come è accaduto in alcune zone d’Italia ed in particolare nell’alto casertano\Territorio Aurunco.

Grazie a tale Sentenza,si dovrà solo dimostrare l’assenza di opere di bonifica e di funzionamento dell’Ente.

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